Ho sempre considerato l’inverno la stagione dei bilanci, e dicembre, il chiudifila, il mese della resa dei conti.
Sono, come probabilmente lo sei anche tu, immersa nel calcolo del tempo dettato dal calendario gregoriano in cui dicembre è la fine, dell’anno naturalmente, e gennaio è l’inizio. E i bilanci, nell’immaginario comune, si fanno qui: tra la fine di un anno e il principio di un altro.
Questo modo di collocare i bilanci nel tempo, però, non coincide né con la mia esperienza né con quella di molte delle persone – ti direi la maggior parte – che ho accompagnato nelle pagine della propria storia in questi anni.
La stagione dei bilanci, per molte persone, me compresa, è l’autunno.
Intanto perché l’autunno ha il suono, l’odore e l’immagine delle cose che giungono a un compimento, e un bilancio lo si può fare davvero solo a questo punto della storia. E poi anche perché l’autunno arriva dopo la stagione della mietitura, del raccolto e dello stoccaggio del grano, il cui ciclo biologico è riconosciuto fin dai tempi antichi come metafora della vita.
Al grano, per esempio, è associata Demetra: dea del mistero del seme e dunque del mistero della vita, protettrice delle messi, madre e nutrice. E a Demetra sono associati anche i Grandi Misteri eleusini: uno dei più importanti culti iniziatici della Grecia antica, celebrato ogni anno e per quasi un millennio nel mese di Boedromione, che oggi collocheremmo tra i nostri settembre e ottobre: dunque proprio alle porte dell’autunno.
Sempre tra settembre e ottobre – in un diverso calendario e in una tradizione simbolica lontana dai Misteri e da Eleusi, quella astrologica – vediamo entrare il sole nel segno della Bilancia: unico segno dell’intera ruota zodiacale a essere rappresentato da un oggetto dall’uso inequivocabile. Infatti, con l’entrata del sole in Bilancia, che avviene in concomitanza con l’equinozio d’autunno, il tempo della laboriosa Vergine, che chiude l’estate con il suo paziente e rigoroso lavoro di stoccaggio e conservazione del raccolto, giunge al termine, e arriva il momento della pesa e del riconoscimento del valore di quel raccolto.
Tu come affronti, di solito, la tua stagione della bilancia, che sia l’autunno o un’altra che percepisci come tale? Con quali criteri pesi il tuo raccolto e gli riconosci valore?
Il criterio di misurazione su cui ho tarato la mia bilancia, e dunque fatto i miei bilanci per più di tre quarti della mia vita fin qui, è stato quantitativo: quante volte ho rinunciato, rincorso, fatto ricorso a…? Quanti successi e fallimenti ho collezionato? Quante buone e cattive giornate ho avuto? Su quante vittorie posso contare e con quante perdite devo fare i conti?
Usato da solo, il criterio quantitativo è molto insidioso: ho potuto osservarlo tanto nella mia storia quanto in storie che non sono la mia. Quando interpretiamo i numeri, infatti, dimentichiamo facilmente che ogni numero è già il punto di arrivo di una serie di scelte compiute, più o meno consapevolmente, durante la raccolta dei dati: che cosa conto? Dentro quale perimetro? Che nome gli do? Rispetto a quale aspettativa? E, soprattutto, quale significato attribuisco in partenza al numero che otterrò?
Prendiamo le buone e le cattive giornate. Prima di contarle devo stabilire che cosa renda buona o cattiva una giornata, giusto? Bene. Dove metto, a questo punto, un giorno in cui ho ricevuto una notizia dolorosa e, magari soltanto poche ore dopo, ho avuto una conversazione capace di svoltare una situazione complicata? E se lo colloco tra le giornate cattive, che cosa sto davvero misurando?
E che dire di un successo ottenuto assecondando un desiderio altrui, e di uno ottenuto assecondandone uno nostro: aggiungono entrambi un’unità al medesimo conto, ma quelle unità hanno lo stesso valore?
I numeri diventano ancora più infidi quando li usiamo per misurare qualcosa che non può essere misurato solo attraverso un conteggio. Quando, per esempio, il numero di volte in cui sono andata in palestra diventa la misura della cura che ho di me; il numero dei risultati raggiunti sul lavoro, la misura del mio valore come persona; la somma delle giornate produttive e improduttive, la misura della mia motivazione; la quantità di ore passate con una determinata persona, la misura della profondità di relazione che ho con lei.
Raramente ci avviciniamo ai numeri senza avere già una storia in mente: prima ancora di cominciare a contare, abbiamo già deciso quali esperienze considerare rinunce, successi, fallimenti, vittorie o perdite. E con questa storia in mente, chiamiamo i numeri a testimoniare a favore o a sfavore, ascoltando soltanto la parte della deposizione che conferma il verdetto che in fondo avevamo già pronunciato: non ho fatto abbastanza, ho fallito ancora una volta, non fa per me, ho sempre ragione. Questo però non è un bilancio: è un giudizio!
Un criterio quantitativo, di per sé, può indicarci quante volte è accaduta una determinata cosa, ma non ci dice che cosa l’abbia preceduta, quale narrativa in sottotraccia l’abbia generata, in quale nodo si sia ingarbugliata la trama, quale futuro abbia davvero interrotto o reso possibile.
I miei criteri di bilancio annuale, come puoi immaginare, sono cambiati. Ho abbandonato del tutto i criteri quantitativi e li ho sostituiti con criteri narrativi. E quando mi imbatto nei numeri, perché nella vita, mio malgrado, esistono pure loro (ciao commercialista! 🫶), leggo anche quelli come leggerei un romanzo inedito, che per me vuol dire principalmente riportare tutto a una sola domanda: che cosa succede qui?
Né innocenza né colpevolezza da stabilire. Nessun risultato da salvare o condannare. Solo una lettura diligente e attenta della storia così come si è svolta. Le risposte che cerco, alla fine, sono tutte lì. E sono quelle su cui vale la pena riflettere e lavorare.