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BOTTEGA BIOGRAFICA

Io non ti salverò, tu non mi salverai. Lettera a un amico 💌


FABULATORIO

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Io sono Carlotta, e questo è il Fabulatorio, la museletter [quasi] settimanale in cui condivido riflessioni, suggestioni e spunti sui temi che possono aiutarti a migliorare le storie che ti stai raccontando.

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Io non ti salverò, tu non mi salverai. Lettera a un amico.


Caro Franco [Battiato], se tu sapessi quanto ho ascoltato i tuoi dischi! Al punto che quando ne metto sul piatto uno qualsiasi, ho l’impressione che i solchi delle tracce si facciano più profondi di ascolto in ascolto. C’è però una canzone che non riesco più a sentire senza provare sentimenti contrastanti: La cura.

Tu canti:

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via. Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo, dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai. Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore, dalle ossessioni delle tue manie.
[…] E guarirai da tutte le malattie

E io penso: «Ok, Franco, forse tu eri Dio, ma io no»

Io, caro Franco, riesco a malapena, e nemmeno tutte le volte che vorrei, a proteggere me stessa dalle paure delle mie ipocondrie; a salvarmi dagli inganni e dalle ingiustizie del mio tempo; a non soccombere ai miei fallimenti, ai miei dolori, ai miei sbalzi d’umore; a non farmi divorare dalle mie ossessioni e dalle mie manie. E con le malattie, Franco, che ti devo dire? Semmai fosse, speriamo che me la cavo.

Quando la puntina passa sulla traccia della Cura, e l’ascolto, non riesco a non domandarmi: ma quando la smetteremo di pretendere di salvare qualcuno che amiamo? Quando smetteremo di chiedere a coloro che amiamo di salvarci? E quando impareremo, nelle nostre relazioni, la differenza tra la cura, che è possibile, e la protezione totale che non solo non esiste, ma che è pure bene che non esista?

Non posso dire di non aver mai desiderato relazioni così, di non aver sperato che esistesse qualcuno che prendesse sulle sue spalle i miei tormenti, la mia sofferenza e i miei traumi, e mi rendesse più leggero, spensierato e libero il viaggio. Né posso dire di non averlo mai chiesto, implicitamente, alla maggior parte delle mie relazioni. E non parlo soltanto delle relazioni sentimentali. Penso a ciò che ho chiesto alle amicizie, alla famiglia, ai miei aiutanti.

E siccome la richiesta mi pareva tutto sommato legittima, ho applicato lo stesso desiderio al contrario: anche io mi sarei caricata sulle spalle lo zaino di esperienze difficili degli altri affinché potessero procedere, liberi, nel loro cammino di vita. La cura è questo, mi dicevo e mi dicevi anche tu: io che mi occupo di te, tu che ti occupi di me. E mi pareva perfetto.

Così perfetto che quando ho iniziato questo lavoro ho applicato inconsciamente la stessa logica.

Quando ho iniziato, sai, avevo un desiderio matto e disperatissimo di salvare le persone dai mali che le affliggono. Ero convinta, profondamente convinta, che se avessi dato loro ciò che era mancato a me, la protezione totale di cui parli tu, ne avrei guarito il cuore, e forse anche l’anima. E se fossi riuscita a guarire i loro cuori e le loro anime, allora sarei riuscita a guarire anche me stessa: più specificatamente la me stessa che di sentiva in balia di tutte quelle cose che tu elenchi così bene nella tua canzone. Una per una. Forse pure in quell’ordine lì.

E che angoscia, Franco caro, quando nonostante il mio prodigarmi oltre ogni ragionevole tentativo d’intervento, le persone sbattevano contro il proprio dolore in modo così violento e drammatico da far tremare ogni mia certezza, ogni mia speranza, ogni mia convinzione! Che senso di annichilimento quando ai miei sforzi e al mio impegno per proteggerle e salvarle, in loro non seguivano immediatamente sollievo, gioia, speranza; riconoscimento!

Perché stai ancora così male? Perché non ti basta quello che faccio per te per vivere bene?

Dopo tutto quello che faccio per te! Questo diceva in fondo una vocina dentro la mia testa. E ci ho messo un po’ a riconoscere che quella voce aveva ora il timbro e il tono di mia madre, ora quello di sua madre, della madre di mio padre, di mia sorella. Tutte le donne della mia famiglia, me compresa – gli uomini non lo so perché sono i grandi assenti della mia storia gentilizia –, hanno cercato di salvare qualcuno e di salvare se stesse attraverso quel progetto di salvazione.

Se io salvo te, tu poi salvi me. E lo farai non vanificando i miei sforzi per salvarti. Lo farai stando bene, vivendo una vita felice e spensierata: perché al tuo dolore ci penso già io, le tue ruminazioni le digerisco io per te, i tuoi compiti li carico sul mio diario. Sta’ senza pensier’!

Ma le mie amate e i miei amati, finché ho confuso la cura con la protezione totale, non sono mai state senza pensieri. E così le mie clienti e i miei clienti.

A dire il vero, Franco, manco adesso che ho ripulito il campo della cura da quell’ideale di protezione totale che hai cantato, le persone a cui mi dedico con impegno, attenzione e affetto stanno senza pensieri. E menomale!

Menomale che sentono le proprie paure, i turbamenti e gli sbalzi d’umore; menomale che incocciano negli inganni e nelle ingiustizie del proprio tempo: significa che sono vive, che sono presenti a se stesse, che partecipano della vita che sta loro intorno. E che fortuna che possono fare esperienza del fallimento e riconoscere le proprie manie e le proprie ossessioni come parti della propria storia, senza che ci sia qualcun altro a cancellarne le tracce come se si trattasse di un refuso nella loro esistenza.

Perché troppa protezione, anche quella guidata dagli amori più grandi e dalle migliori intenzioni, rischia di trasformarsi in un amen in sostituzione. E avere cura di qualcuno non significa sostituirsi a lui o a lei: parare al posto suo i fulmini che si abbattono sulla sua vita; intercettarne in ogni istante i bisogni prima ancora che li abbia sentiti dentro di sé, espressi, elaborati; evitargli o evitarle quel confronto necessario con la propria storia e le emozioni che porta con sé.

Io no lo so, Franco, a che pensavi quando hai scritto La cura. Forse davvero pensavi a Dio, e noi, che continuiamo a immaginarci a sua immagine e somiglianza, ci sentiamo automaticamente investiti di quel ruolo. Però, pure Dio, se ci rifletti, non ci protegge manco un po’ dalle voci della tua lista cantata. Nemmeno lui, o lei, ha questa pretesa di salvaguardarci da noi stessi. Di sostituirsi a noi. Di affrontare la vita, con tutte le sue ombre, al posto nostro.

E se il suo è davvero l’amore più grande che esiste, forse di questo amore abbiamo ancora molte cose da imparare. Tra tutte, lasciare a chi amiamo la libertà di ascoltare il canto delle proprie ferite prima di sovraincidere quel canto con la nostra voce per non doverne sentire la pena.

O magari volevi dire proprio questo e ti è riuscito di dire quasi la stessa cosa. E quel quasi ha fatto un bel casino nella testa delle persone. Sicuramente lo ha fatto la mia. Ma si sa che la traduzione non è sempre fedele, che tradurre è tradire come diceva Eco: e tradurre le proprie emozioni è forse una delle prove più difficili per ognuno di noi.

Menomale che non ci hai protetto anche dai tuoi sbagli, dai tuoi fantasmi, e dagli inganni del tuo tempo, Franco, così abbiamo l’occasione, il tempo, lo spazio e la luce per riflettere meglio sui nostri.

L'armadio della meraviglia

Spunti e risorse per interrompere l’ovvio, accendere la curiosità e aprire a una domanda.

• Che cosa è la cura?

La cura, per me, oggi, è la risposta che emerge da queste due domande: il modo in cui mi dedico a questa persona le permette di trovare le proprie parole o sovrascrive il suo testo? Quanto spazio lascia a ciò che non è ancora chiaro in lei?

La cura, insomma, è una pratica che cerca continuamente la misura della propria presenza: aiuta l’altro a sviluppare la capacità di occuparsi di sé, rispettando la sua libertà e la sua singolarità.

Come scrive la pedagogista Luigina Mortari qui (p. 208):

Il sostituirsi all’altro, sgravandolo dell’onere del lavoro di cura, accade venga interpretato come espressione di una intensa dedizione; invece questo alleggerire sottraendo all’altro la responsabilità della cura provoca di fatto una espropriazione ontologica.

• Riscrivere la Cura

Siamo abituate a prendere per oro colato le parole dei nostri maestri, dei nostri beniamini, dei nostri idoli. C’è stato un tempo, decisivo per la nostra formazione, in cui le persone da cui dipendevamo avevano ragione proprio perché dipendevamo da loro.

Mettere in discussione ciò che ci hanno insegnato può farci sentire ingrate, sleali, perfino traditrici. Eppure, per scrivere la nostra storia, prima o poi dobbiamo smettere di considerare intoccabile quella che ci è stata consegnata.

Da chi hai imparato che cosa significa avere cura?

Quale regola sulla cura ti è stata consegnata, anche se nessuno l’ha mai pronunciata?

In che modo hai cercato di obbedirle?

Quali parole terresti, quali cancelleresti e quali aggiungeresti per riscriverla oggi?

• Una buona domanda di cura da porsi nelle nostre relazioni

Spesso, nelle nostre relazioni, ci chiediamo quanto ci siamo dedicate alla persona/alle persone che amiamo, e quanto la persona o le persone che amiamo si siano dedicate a noi.

Una domanda di cura migliore, che vale sia quando siamo agenti di cura che destinatari, sarebbe invece: che cosa è accaduto fra noi attraverso quella dedizione?

• Lettere che curano

Questa strana museletter che ti è arrivata oggi è una lettera indirizzata a una persona che non potrà leggerla né rispondermi. Eppure, scrivendole, ho potuto dare voce ai diversi sentimenti che le sue parole continuano a muovere in me, condividere il mio punto di vista su un tema che mi sta a cuore e, attraverso un dialogo impossibile con lei, aprirne uno possibile con me stessa e con te.

Una lettera, infatti, non ha bisogno di arrivare a destinazione perché ci arrivi una risposta.

La scrittura epistolare è una delle pratiche di scrittura biografica che amo di più. Forse perché la presenza di un tu cambia la nostra voce: non scriviamo più soltanto di qualcosa, ma parliamo a qualcuno.

Quel qualcuno può essere una persona che non c’è più, una che non abbiamo mai incontrato, un personaggio letterario, un luogo, una parte di noi, la persona che siamo state o quella che non siamo ancora diventate. Può essere un interlocutore impossibile perché non può rispondere, perché non vuole farlo, perché esiste soltanto nella nostra immaginazione. O perché alcune cose, nella vita, non riusciamo mai a dirle come vorremmo.

Sulla pagina di una lettera possiamo riaprire conversazioni interrotte, cominciarne di nuove che non hanno mai avuto luogo, fare domande di cui cerchiamo ancora la risposta. Possiamo ringraziare, accusare, contraddire, chiedere, restituire, congedarci.

Le lettere non guariscono, ci permettono, però, di prenderci cura di quei pensieri e di quelle emozioni a cui non abbiamo ancora dato voce.

Per questo, il 2 novembre, dalle 18:30 alle 20, terrò un workshop online di scrittura biografica:

​Scrittura che cura: lettere a interlocutori impossibili​

Novanta minuti per convocare sulla pagina un interlocutore impossibile e affidare a una lettera le emozioni e le istanze che forse, senza quel tu, non avremmo modo di contattare ed esplorare con la stessa libertà.

Se l'idea ti piace, dai un'occhiata qui per avere tutte le informazioni che ti servono per partecipare.

Dal Fabulatorio per questa settimana è tutto.

Se ti va di condividere le tue riflessioni, puoi rispondere a questa email.

Se invece vuoi farmi sapere se ti è piaciuto questo Fabulatorio, puoi usare il box qui sotto

Fino alla prossima, ci vediamo qui!

Have a nice tale,


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