Caro Franco [Battiato], se tu sapessi quanto ho ascoltato i tuoi dischi! Al punto che quando ne metto sul piatto uno qualsiasi, ho l’impressione che i solchi delle tracce si facciano più profondi di ascolto in ascolto. C’è però una canzone che non riesco più a sentire senza provare sentimenti contrastanti: La cura.
Tu canti:
Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via. Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo, dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai. Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore, dalle ossessioni delle tue manie.
[…] E guarirai da tutte le malattie
E io penso: «Ok, Franco, forse tu eri Dio, ma io no»
Io, caro Franco, riesco a malapena, e nemmeno tutte le volte che vorrei, a proteggere me stessa dalle paure delle mie ipocondrie; a salvarmi dagli inganni e dalle ingiustizie del mio tempo; a non soccombere ai miei fallimenti, ai miei dolori, ai miei sbalzi d’umore; a non farmi divorare dalle mie ossessioni e dalle mie manie. E con le malattie, Franco, che ti devo dire? Semmai fosse, speriamo che me la cavo.
Quando la puntina passa sulla traccia della Cura, e l’ascolto, non riesco a non domandarmi: ma quando la smetteremo di pretendere di salvare qualcuno che amiamo? Quando smetteremo di chiedere a coloro che amiamo di salvarci? E quando impareremo, nelle nostre relazioni, la differenza tra la cura, che è possibile, e la protezione totale che non solo non esiste, ma che è pure bene che non esista?
Non posso dire di non aver mai desiderato relazioni così, di non aver sperato che esistesse qualcuno che prendesse sulle sue spalle i miei tormenti, la mia sofferenza e i miei traumi, e mi rendesse più leggero, spensierato e libero il viaggio. Né posso dire di non averlo mai chiesto, implicitamente, alla maggior parte delle mie relazioni. E non parlo soltanto delle relazioni sentimentali. Penso a ciò che ho chiesto alle amicizie, alla famiglia, ai miei aiutanti.
E siccome la richiesta mi pareva tutto sommato legittima, ho applicato lo stesso desiderio al contrario: anche io mi sarei caricata sulle spalle lo zaino di esperienze difficili degli altri affinché potessero procedere, liberi, nel loro cammino di vita. La cura è questo, mi dicevo e mi dicevi anche tu: io che mi occupo di te, tu che ti occupi di me. E mi pareva perfetto.
Così perfetto che quando ho iniziato questo lavoro ho applicato inconsciamente la stessa logica.
Quando ho iniziato, sai, avevo un desiderio matto e disperatissimo di salvare le persone dai mali che le affliggono. Ero convinta, profondamente convinta, che se avessi dato loro ciò che era mancato a me, la protezione totale di cui parli tu, ne avrei guarito il cuore, e forse anche l’anima. E se fossi riuscita a guarire i loro cuori e le loro anime, allora sarei riuscita a guarire anche me stessa: più specificatamente la me stessa che di sentiva in balia di tutte quelle cose che tu elenchi così bene nella tua canzone. Una per una. Forse pure in quell’ordine lì.
E che angoscia, Franco caro, quando nonostante il mio prodigarmi oltre ogni ragionevole tentativo d’intervento, le persone sbattevano contro il proprio dolore in modo così violento e drammatico da far tremare ogni mia certezza, ogni mia speranza, ogni mia convinzione! Che senso di annichilimento quando ai miei sforzi e al mio impegno per proteggerle e salvarle, in loro non seguivano immediatamente sollievo, gioia, speranza; riconoscimento!
Perché stai ancora così male? Perché non ti basta quello che faccio per te per vivere bene?
Dopo tutto quello che faccio per te! Questo diceva in fondo una vocina dentro la mia testa. E ci ho messo un po’ a riconoscere che quella voce aveva ora il timbro e il tono di mia madre, ora quello di sua madre, della madre di mio padre, di mia sorella. Tutte le donne della mia famiglia, me compresa – gli uomini non lo so perché sono i grandi assenti della mia storia gentilizia –, hanno cercato di salvare qualcuno e di salvare se stesse attraverso quel progetto di salvazione.
Se io salvo te, tu poi salvi me. E lo farai non vanificando i miei sforzi per salvarti. Lo farai stando bene, vivendo una vita felice e spensierata: perché al tuo dolore ci penso già io, le tue ruminazioni le digerisco io per te, i tuoi compiti li carico sul mio diario. Sta’ senza pensier’!
Ma le mie amate e i miei amati, finché ho confuso la cura con la protezione totale, non sono mai state senza pensieri. E così le mie clienti e i miei clienti.
A dire il vero, Franco, manco adesso che ho ripulito il campo della cura da quell’ideale di protezione totale che hai cantato, le persone a cui mi dedico con impegno, attenzione e affetto stanno senza pensieri. E menomale!
Menomale che sentono le proprie paure, i turbamenti e gli sbalzi d’umore; menomale che incocciano negli inganni e nelle ingiustizie del proprio tempo: significa che sono vive, che sono presenti a se stesse, che partecipano della vita che sta loro intorno. E che fortuna che possono fare esperienza del fallimento e riconoscere le proprie manie e le proprie ossessioni come parti della propria storia, senza che ci sia qualcun altro a cancellarne le tracce come se si trattasse di un refuso nella loro esistenza.
Perché troppa protezione, anche quella guidata dagli amori più grandi e dalle migliori intenzioni, rischia di trasformarsi in un amen in sostituzione. E avere cura di qualcuno non significa sostituirsi a lui o a lei: parare al posto suo i fulmini che si abbattono sulla sua vita; intercettarne in ogni istante i bisogni prima ancora che li abbia sentiti dentro di sé, espressi, elaborati; evitargli o evitarle quel confronto necessario con la propria storia e le emozioni che porta con sé.
Io no lo so, Franco, a che pensavi quando hai scritto La cura. Forse davvero pensavi a Dio, e noi, che continuiamo a immaginarci a sua immagine e somiglianza, ci sentiamo automaticamente investiti di quel ruolo. Però, pure Dio, se ci rifletti, non ci protegge manco un po’ dalle voci della tua lista cantata. Nemmeno lui, o lei, ha questa pretesa di salvaguardarci da noi stessi. Di sostituirsi a noi. Di affrontare la vita, con tutte le sue ombre, al posto nostro.
E se il suo è davvero l’amore più grande che esiste, forse di questo amore abbiamo ancora molte cose da imparare. Tra tutte, lasciare a chi amiamo la libertà di ascoltare il canto delle proprie ferite prima di sovraincidere quel canto con la nostra voce per non doverne sentire la pena.
O magari volevi dire proprio questo e ti è riuscito di dire quasi la stessa cosa. E quel quasi ha fatto un bel casino nella testa delle persone. Sicuramente lo ha fatto la mia. Ma si sa che la traduzione non è sempre fedele, che tradurre è tradire come diceva Eco: e tradurre le proprie emozioni è forse una delle prove più difficili per ognuno di noi.
Menomale che non ci hai protetto anche dai tuoi sbagli, dai tuoi fantasmi, e dagli inganni del tuo tempo, Franco, così abbiamo l’occasione, il tempo, lo spazio e la luce per riflettere meglio sui nostri.