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Tra due vie litiganti, la terza [in]sorge


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Io sono Carlotta, e questo è il Fabulatorio, la museletter [quasi] settimanale in cui condivido riflessioni, suggestioni e spunti sui temi che possono aiutarti a migliorare le storie che ti stai raccontando.

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Tra due vie litiganti, la terza [in]sorge


«A chi vuoi più bene, alla mamma o al papà?»

La bambina tace. La signora incalza: «Alla mamma, vero?»

Io osservo la scena da sotto il mio ombrellone e intanto fantastico un gesto di ribellione da parte della bambina: «Signora, ma che cazzo di domanda è?»

Non accade, chiaramente. Troppo piccina, la piccina. Probabilmente anche troppo educata per rivolgersi in questo modo a una persona adulta, per quanto stupida possa sembrarle. Lo farà a tempo debito. Lo farà quando vorrà scrollarsi di dosso un mondo che le offre sempre e soltanto due categorie, due opzioni: mamma/papà, dolce/salato, italiano/matematica, giusto/sbagliato, dritto/storto, dentro/fuori, utile/inutile.

Quando ho smesso di ragionare per coppie di opposti?
Ho smesso?

Probabilmente, come accade a quasi tutti, ho smesso di farlo quando la domanda mi costringe a scegliere fra due cose che non sono davvero in alternativa. Ma quando la vita si fa complessa, quando penso a me, a chi sono, a quello che faccio, a chi mi relaziono, mi ritrovo di nuovo lì: sono (è, lui o lei) una buona o una cattiva persona? Sono giusta o sbagliata? Lo sto facendo bene o lo sto facendo male? Sono sulla mia strada o no?

L’insostenibile peso dell’ambivalenza colpisce sempre. E non sbaglia mai la mira, perché l’arco da cui scocca la sua freccia è fatto di uno dei bisogni più umani e più difficili da silenziare: il bisogno di sicurezza. Non per niente, nella gerarchia di Maslow — quella che abbiamo imparato a disegnare come una piramide — la sicurezza arriva subito dopo i bisogni fisiologici: respirare, bere, nutrirsi, dormire, fare la cacca e la pipì.

Ragionare per opposti toglie ambivalenza, contraddizioni, sfumature. Rende il mondo più facile da leggere, classificare, governare.

Spaccare la realtà in due, eliminare lo spazio tra i due poli, dà grande sollievo cognitivo ed emotivo. Perché in un mondo spaccato in due metà opposte è più semplice dire chi siamo noi e chi sono gli ‘altri’, da che parte stiamo, chi sono gli amici e chi i nemici. Perché in una geografia ridotta a due poli inversi o siamo qui, o siamo là; o stiamo/stanno [facendo] bene, o stiamo/stanno [facendo] male.

Succede, però, che malgrado i nostri sforzi per eliminare lo spazio tra i due poli, la vita a un certo punto ci porti esattamente lì, in quella terra di mezzo in cui non tutto si può spiegare per coppie di opposti.

Dove bene/male, giusto/sbagliato, opportuno/inopportuno non hanno confini così precisi e netti. Dove due realtà apparentemente inconciliabili possono coesistere: amare qualcuno e aver bisogno di stabilire una distanza, sapere che una scelta è necessaria e soffrire per ciò che comporta. Dove non essere più chi eravamo può voler dire rompere un patto di fedeltà con alcuni capitoli della nostra storia, con alcune appartenenze, persino con le ferite a cui abbiamo legato buona parte della nostra identità, e, nello stesso tempo, onorare il cammino che ci ha condotte fin qui con nuove fioriture.

La terra di mezzo che tentiamo così ostinatamente e vanamente di evitare, nonostante le contraddizioni e le ambivalenze che la contraddistinguono e che tanto ci destabilizzano, non è il posto spaventoso che immaginiamo: tutto fatica, tormenti, turbamenti e perdite.

A me piace immaginarla come una di quelle città di frontiera un po’ caotiche, costantemente attraversate da desideri diversi, spesso in contrasto tra loro, che lì, e solo lì, hanno la possibilità d’incontrarsi, dialogare, interpolarsi e generare nuovi valori, nuovi significati, nuove storie.

Una città che insorge quando la spaccatura tra i due poli si irrigidisce (e ci irrigidisce). Che si ribella alle semplificazioni che rimpiccoliscono il mondo. Che protesta contro ogni riduzione del possibile. Che si solleva perché anche tu possa fare lo stesso.

L'armadio della meraviglia

Spunti e risorse per interrompere l’ovvio, accendere la curiosità e aprire a una domanda.

• La terra di mezzo come compito

Scrive Simone de Beauvoir che

Per raggiungere la sua verità, l'uomo non deve tentare di dissipare l'ambiguità del suo essere, ma, al contrario, accettare il compito di realizzarla.

Come possiamo realizzare questo compito di realizzare le nostre ambiguità, ambivalenze e contraddizioni? Troverai qualcosa di utile per cominciare a rispondere a questa domanda nei prossimi spunti.

• La terra di mezzo come luogo della ricongiunzione

La psicoanalista Melanie Klein chiamava posizione depressiva il momento in cui il bambino fa una scoperta piuttosto scomoda: la madre «buona», che lo nutre e lo gratifica, e quella «cattiva», che lo frustra e contro cui prova rabbia, sono la stessa persona. La mamma è buona e cattiva.

Una scoperta che gli genera così tanta angoscia, colpa e smarrimento, che lo costringe a trovare un modo per tenere insieme ciò che fino a quel momento ha tenuto separato.

La posizione depressiva non si esaurisce definitivamente nell’infanzia: può riattivarsi anche nella vita adulta, soprattutto quando ci troviamo a fare i conti con sentimenti e realtà contraddittorie.

Come affrontarla, dunque, da grandi?

C’è un esercizio che propongo spesso in consulenza quando incontro delle polarizzazioni: faccio scrivere la lista degli opposti che sta guidando le scelte della persona che ho di fronte, poi le chiedo di trasformare le «o» in «e» e di raccontarmi che scelte farebbe una persona che ritiene vera la lista con le «e».

È un piccolo modo per entrare nella terra di mezzo: non scegliere quale dei due poli eliminare, ma cercare il punto in cui possono ricongiungersi.

Ogni volta ne escono racconti davvero molto interessanti, pieni di soluzioni creative e percorribili che, fino a quel momento, non avevano avuto modo di emergere.

Lo lascio anche a te, nel caso oggi, o un giorno, possa tornarti utile.

• La terra di mezzo come una città

Nelle Città invisibili Italo Calvino immagina città che sfuggono continuamente alle categorie con cui proviamo a comprenderle.

Tra le cinquantacinque città che Marco Polo racconta all'imperatore Kublai Khan, c’è per esempio Zenobia, che non si lascia classificare facilmente tra le città felici e quelle infelici. C’è Zemrude, che cambia a seconda dell’umore e dello sguardo di chi la attraversa. C’è Smeraldina, percorsa da un reticolo di strade e canali che si sovrappongono e s’intersecano, dove per andare da un punto all’altro non si procede necessariamente in linea retta, ma lungo percorsi che zigzagano, deviano, si ramificano.

Se la tua terra di mezzo fosse una città, come la racconterebbe il Marco Polo di Calvino?

Prova a cimentarti in questo racconto. E se hai bisogno di qualche spunto per partire, inizia da questi: da dove si entra in città? Dal punto o dai punti in cui si entra, si può anche uscire? Quali sono i suoi confini? Ne ha? È divisa in quartieri? Ci sono quartieri più sicuri di altri? Strade malfamate? Vicoli ciechi in cui si vedono cose mai viste? Dove conducono le deviazioni? Ci sono fiumi, ponti, sotterranei? Come sono fatte le case? Ci sono piazze in cui è impossibile fermarsi? Strade interrotte? Da quale punto della città le cose assumono un aspetto diverso? Quale?

Ora forse ti starai chiedendo perché mai, con tutte le cose importantissime che hai da fare, metterti lì a scrivere un racconto di fantasia su un posto che non esiste se non nel mondo delle metafore e delle astrazioni? A cosa possa servirti un esercizio così, mentre sei lì che ti dibatti tra le tue vie litiganti? Tra opposizioni interne che non ti danno un attimo di tregua? E io, a questo punto, potrei darti un sacco di risposte esperte sulla funzione maieutica della scrittura di finzione – e magari in un'altra museletter ne parlerò davvero –, ma oggi ti dico solo: fallo, e poi dillo tu a me a cosa ti è servito.

Dal Fabulatorio per questa settimana è tutto.

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Fino alla prossima, ci vediamo qui!

Have a nice tale,


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