Di solito tra queste righe non parlo mai di attualità. L’attualità mi confonde. Ha tempi che non sono i miei. Sono i tempi della notizia e della notiziabilità. Del consumo e della fretta di trovare risposte e darne.
L’attualità ci chiede di essere informati: formati cioè dentro qualcosa che già esiste.
Quando il presente si fa attualità, smette di essere il foglio bianco su cui poter scrivere una nuova storia ogni giorno e diventa il quotidiano già scritto da altri, lanciato sulla soglia di casa da un fattorino senza volto e senza nome, e per questo portatore di tutti i volti e di tutti i nomi, così che non si possa uscire nel mondo senza che qualcuno ce ne abbia già consegnato un disegno preciso e finito. E che potere si ha su un disegno finito?
Così, mentre i più giovani chiedono un presente, e quindi un futuro, noi, che giovani non lo siamo più da un pezzo, sfogliamo il quotidiano del giorno che ci dice che questi giovani vogliono imbrattare l’opera, il disegno preciso e finito che è stato loro consegnato, con i propri scarabocchi velleitari. Giovani senza arte né parte. Senza valori. Criminali, addirittura, guidati da facinorosi pieni di brutte intenzioni.
L’attualità condanna. L’attualità assolve. Dall’alto, sempre dall’alto, mai in mezzo. E chi ascolta?
Chi ha davvero il coraggio di uscire di casa, calpestare quel quotidiano che sta lì all’uscio tra il piccolo mondo e il mondo grande, e chiedersi: chi sta sbagliando? Dove? Da quanto tempo? Per quanto ancora?
Me la ricordo la mia prima manifestazione. Avevo quattordici anni, il cuore di un leone e il corpo di una bambina. Ero una credente. Non in qualche dio: gli dei mi sembravano troppo lontani e disinteressati ai fatti umani perché potessi interessarmi davvero a loro. Io credevo in noi. Credevo nelle mie compagne e nei miei compagni di classe, di scuola, di scuole. Credevo nel futuro, altrimenti perché lottare per averne uno migliore? E credevo, così come ci credo ancora oggi, in quel presente bianco da scrivere ogni giorno.
Al contrario non credevo agli adulti. Mi parevano, già allora, tutti molto concentrati sull’attualità, sul mantenimento dei bonus assicurativi, sulla salvaguardia dei loro piccoli orticelli. Forse è per questo che oggi, che adulta e più che adulta lo sono, dubito così tanto di me stessa. Perché lo so che se avessi dei figli adolescenti e mi trovassi al lavoro sapendoli in piazza, in queste piazze blindate, potrei perdere in un attimo tutto il mio spirito libertario, inchiodare la porta di casa come molti hanno inchiodato le vetrine dei propri negozi, e chiuderceli dietro per tenere loro – la merce più preziosa al mondo, la vita – ma soprattutto me, al sicuro. Mi piace pensare che basti quel potrei, ma a chi non piace pensarsi più eroico di quanto in realtà non sia davvero?
Ai ragazzi e alle ragazze chiediamo, da sempre, di non disturbare i grandi. Li cresciamo nella menzogna che l’adulto sa quello che fa. Come se bastasse invecchiare per capire meglio il mondo. Accogliamo le loro emozioni, sì certo, ma soltanto finché quelle emozioni non ci sconquassano e non ci mettono in crisi come genitori, insegnanti, politici, adulti.
Diciamo loro che c’è un modo giusto e uno sbagliato di combattere per i propri ideali e i propri diritti, per risolvere la confusione e la frustrazione che dilaga in loro, anche quando nella nostra vita adulta non combattiamo, né bene né male, nessuna battaglia per difendere i nostri, e ci ritroviamo, ormai cinquantenni, immersi in un quotidiano che detestiamo, schiacciati da una società che ci ha ripetuto, e continua a ripeterci a ogni spron battuto, che dobbiamo attrezzarci, ciascun per sé, per affrontare le difficoltà della vita, oppure attaccarci al… tram naturalmente, stavo proprio pensando al tram. Perché la politica non può rispondere a tutto. Perché la risposta al cambiamento climatico è sempre: si salvi chi può impiantare un climatizzatore in casa. E la soluzione allo sfacelo della scuola, della sanità o di qualunque altro servizio pubblico è il privato. Insomma, se manca il pane, che mangino brioches!
I giovani hanno gli occhi aperti sull’orrore, e in quell’orrore ci trovano pure noi. Noi che partecipiamo ogni giorno a questi hunger games stando alle regole del gioco oltre ogni misura comprensibile. Noi che pensiamo di poter risolvere tutto fortificando le mura di casa mentre fuori imperversa la tempesta.
Sabato scorso, nella città in cui vivo, ho assistito a cariche violente e ad atti di repressione ingiustificati e ingiustificabili. Sono passata dal disgusto alla rabbia attraversando più volte la paura. Ho trascorso l’intera domenica in un completo stato di emergenza e allerta mentre intorno a me c’era un insolito silenzio: come se fuori la vita si fosse messa in qualche modo in pausa.
E non lo so perché, visto che non è una delle saghe che preferisco, ma a un certo punto del pomeriggio ho ripreso in mano il quarto volume di Harry Potter, e sono andata dritta al finale a cercare una cosa che avrei voluto condividere sui social, anche se poi, anziché aprire Instagram e postare, ho aperto il computer e ho scritto le prime venti frasi di questo Fabulatorio.
Nel quarto libro della saga, Hogwarts ospita il Torneo Tremaghi, una competizione che vede fronteggiarsi tre scuole di magia in cui ciascuna schiera un campione tra gli allievi più grandi. Per Hogwarts viene scelto Cedric Diggory, diciassette anni, studente di Tassorosso, la Casa che nella saga raccoglie i leali, i pazienti, quelli che lavorano sodo senza aspettarsi applausi. Il Calice di Fuoco, però, manomesso da un incantesimo, tira fuori anche il nome di Harry, che di anni ne ha quattordici e nessuna voglia di gareggiare. Durante il torneo, prova dopo prova, Cedric e Harry, che si trovano a essere rivali pur appartenendo alla stessa Scuola, imparano ad aiutarsi, e all’ultima sfida, nel cuore di un labirinto, decidono di afferrare la coppa insieme per vincere in due. La coppa, si scopre, è una trappola: una Passaporta che trasporta i due studenti di Hogwarts in un cimitero dove li aspetta Voldemort, il mago oscuro che tutti credevano sconfitto da quando Harry era in fasce. Per Voldemort, che punta a Harry per tornare ad avere un corpo, Cedric è di troppo, e un suo servo, Codaliscia, lo uccide in un istante. Durante un durissimo scontro con Voldemort, Harry riesce a raggiungere la Passaporta e a riportare a Hogwarts la coppa e il corpo del compagno.
Il frammento che cercavo era il discorso di chiusura d’anno che Silente tiene al Banchetto d’Addio. Te ne riporto una parte senza le descrizioni d’ambiente presenti nel testo originale, proprio come se tu e io fossimo, adesso, nella Grande Sala insieme a Harry e a tutti gli altri allievi di Hogwarts:
«Cedric Diggory è stato assassinato da Voldemort. Il Ministero della Magia non vorrebbe che ve lo dicessi […] non vogliono credere al ritorno di Voldemort, o perché sono convinti che non dovrei dirvelo, giovani come siete.È mia convinzione, tuttavia, che la verità sia generalmente preferibile alle menzogne, e che ogni tentativo di fingere che Cedric sia morto in seguito a un incidente, o a un errore da lui commesso, sia un insulto alla sua memoria. […] Ripeto ancora una volta a tutti voi: alla luce del ritorno di Voldemort, siamo forti solo se uniti, deboli se divisi. L’abilità di Voldemort nel seminare discordia e inimicizia è molto grande. Possiamo combatterla solo mostrando un legame altrettanto forte di amicizia e fiducia. Le differenze di abitudini e linguaggio non sono nulla se i nostri scopi sono gli stessi e i nostri cuori sono aperti. È mia convinzione – e non ho mai desiderato tanto di sbagliarmi – che stiamo tutti per affrontare tempi oscuri e difficili. Alcuni di voi in questa Sala hanno già subito terribili sofferenze a opera di Voldemort. Molte delle vostre famiglie sono state distrutte. Una settimana fa, uno studente ci è stato portato via. Ricordatevi di Cedric. Quando e se per voi dovesse venire il momento di scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è facile, ricordate cos’è accaduto a un ragazzo che era buono, e gentile, e coraggioso, per aver attraversato il cammino di Voldemort. Ricordatevi di Cedric Diggory».
Hai notato? Silente non dice «scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato», ma tra ciò che è giusto e ciò che è facile.
Ed è sempre più facile schierarsi da una parte o da un’altra, trincerarsi dietro la morale, che come scrive Ricoeur è la dimensione delle norme, degli obblighi e dei divieti che pretendono di valere per tutti.
Per fare ciò che è giusto bisogna ricordarsi di Cedric Diggory. E il Cedric Diggory nella stanza di questo Fabulatorio è qualunque ragazzina e qualunque ragazzino aggredito senza ragione alcuna perché d’intralcio agli interessi del Voldemort di turno. Quel Voldemort sempre così abile nel seminare discordia e inimicizia.
Ho la sensazione che il momento di fare la cosa giusta sia arrivato per tutti, ma soprattutto per noi adulti. E mi chiedo se saremo coraggiosi e leali quanto Harry e Cedric, un quattordicenne e un diciassettenne, quando verrà il nostro momento di scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è facile.
Voglio dire alla me quattordicenne che sì, che sarò coraggiosa come Harry e Cedric. Che può fidarsi della me adulta tanto quanto si fida dei suoi compagni e delle sue compagne di classe, di scuola, di scuole. Che gli adulti non sono sempre assuefatti al quotidiano: sappiamo essere presenti al presente. Come Bally Bagayoko, il sindaco di Saint-Denis, che si è interposto tra i liceali in protesta e le cariche della polizia. Come quel signore e quelle signore che hanno difeso la piazza di Torino sabato scorso.
Tu cosa dirai alla tua versione adolescente? Cosa dirai alle tue figlie e ai tuoi figli?