C’è un racconto di Borges in centosedici parole: s’intitola La trama ed è contenuto nella raccolta L’artefice.
In centosedici parole si passa dal 44 a.C. agli inizi del secolo scorso, da Roma a Buenos Aires, da due forse padri a due forse figli.
Roma, idi di marzo del 44 a.C. Un gruppo di senatori tende un agguato omicidiario a Giulio Cesare. Cesare reagisce, prova a difendersi, e mentre lotta per la propria vita, tra i volti dei suoi aggressori, riconosce quello di Marco Giunio Bruto: il suo pupillo, il ragazzo che ha trattato come un figlio, e che forse, dicono alcuni, è suo figlio per davvero. A quel punto smette di contrastare i colpi delle lame che lo raggiungono e, stando a certe biografie storiche, dice: «Tu quoque, fili mi!». Anche tu, figlio mio.
Tre sole righe dopo la morte di Cesare ci si trova improvvisamente catapultati a sud di Buenos Aires, in piena campagna, diciannove secoli dopo, dove un gaucho, un mandriano, viene aggredito da altri gauchos. E mentre cade a terra, morente, riconosce tra loro il figlioccio e gli dice, con tenero rimprovero e una lenta sorpresa: «Ma come, tu!». Qui Borges chiude il racconto:
Lo uccidono e non sa di morire perché si ripeta una scena.
La scena ripetuta di cui parla Borges si recita nei teatri di mezzo mondo da più di quattrocento anni, e cioè da quando Shakespeare ha fatto pronunciare per la prima volta al suo Cesare la battuta «Anche tu, Bruto?». È difficile, però, immaginare che il protagonista del racconto di Borges, dalla campagna argentina dei primi del Novecento, abbia mai sentito parlare di Shakespeare o di Giulio Cesare e della sua violenta fine; eppure muore allo stesso modo, pronunciando quasi le stesse parole: perché, come scrive l’autore argentino, al destino piacciono le ripetizioni, le varianti e le simmetrie.
Certe storie, sembra dirci Borges, appartengono alla drammaturgia umana, impregnano l’atmosfera di una famiglia o di una società anche per secoli, si ripetono: come quelle canzoni che tutti sanno senza ricordare dove le abbiano imparate, e quando la vita arriva a un rigo che ne ricorda le prime note, la strofa parte da sé.
Quante volte, nella nostra storia, incappiamo in queste drammaturgie? Quante volte ripetiamo, senza accorgercene, scene che appartengono ad altre vite?
Come la bambina che a sette anni si prende cura dei fratellini più piccoli perché la mamma è in fabbrica o nei campi, e la cui nipote, ottant’anni dopo, tiene in piedi, da sola, tutto un ufficio e un’intera famiglia. O la ragazza cresciuta all’ombra di continue tragedie domestiche che si innamora per l’ennesima volta di una persona da salvare. O, ancora, la donna che non si candida mai alla vita, come se dal padre, immigrato, sfruttato da ogni lavoro e poi gettato via come la più inutile delle tecnologie, avesse imparato che se non entri nessuno potrà mai metterti alla porta e ferirti.
Al destino piacciono le ripetizioni, le varianti e le simmetrie, chiosa Borges nel suo microracconto. Ripetere, alla lettera, significa dirigersi di nuovo verso qualcosa, tornare a cercare, a chiedere.
Forse, allora, la nipote che regge tutto il mondo sulle spalle, la ragazza che s’imbarca nell’ennesima relazione con una persona da salvare, la donna che non si candida alla vita, e chissà pure il gaucho di Borges, stanno tutti tornando a cercare e a chiedere qualcosa alla vita che non hanno avuto o compreso. E lo fanno riportando in scena, senza averne alcuna contezza, una drammaturgia famigliare o universale nella speranza che la storia, stavolta, finisca diversamente.
E invece la storia si ripete in varianti e simmetrie: perché, per quanto, fino a quando?
Secondo Ernst Bernhard, analista junghiano, pediatra e studioso di astrologia, finché non ci si accorge di portare sul palcoscenico della vita un certo mito. L’idea di Bernhard, all’osso, è questa: che ogni vita riproduca a modo suo un mito – famigliare, sociale, universale – e che per vivere una vita libera e autentica, e cioè una vita che realizzi il nostro vero mito individuale, abbiamo bisogno di scoprire quale mito sistemico o collettivo stiamo riproducendo; quali narrazioni, copioni, archetipi e simboli s’intrecciano nella nostra storia influenzandone la trama.
Bernhard e Borges, un'analista tedesco trapiantato a Roma e uno scrittore del fantastico argentino, non si conoscono, non si frequentano (non si seguono, diremmo oggi) né si confrontano direttamente: proprio come i due protagonisti della Trama. Eppure parlano entrambi di mitobiografia: il primo dandole questo nome e una forma in un libro postumo di poco più di duecentotrenta pagine; il secondo mettendola in scena in seicentonovantatré caratteri spazi inclusi.
Tu quoque, Reader?
Anche la tua storia ripete, in varianti e simmetrie, scene che ti hanno preceduta e che impregnano l’atmosfera in cui sei immersa?