Per capire quanto sia importante un certo luogo per una certa storia, basterebbe prendere una fiaba qualsiasi. Nelle fiabe è subito chiaro che un bosco, una casetta in mezzo ai prati, un giardino, un pozzo, una torre o un castello non sono soltanto fondali, quinte o arredi del racconto, ma elementi vivi della storia.
Togli il palazzo dorato a Psiche, il balcone a Romeo e Giulietta o a Cyrano, la Contea a Frodo, Gotham a Batman, e non capirai più niente di quei personaggi e di quella storia.
I luoghi modificano le possibilità dei personaggi che vi approdano, vi crescono o li attraversano. E le possibilità che i luoghi donano o negano modificano i personaggi stessi. Per questo, anche quando un personaggio si sposta altrove, porta in qualche modo con sé e in sé il luogo che ha appena lasciato.
È quel che succede al dottor Manette, nelle Due città di Dickens, un medico che, nella Francia dell’Ancien Régime, viene rinchiuso nella Bastiglia senza processo per aver cercato di denunciare i crimini di una famiglia aristocratica. Per sopravvivere alla detenzione, Manette si rifugia nel lavoro di calzolaio, che impara proprio in carcere, ma la prigionia, nonostante questo rifugio, lo sconvolge al punto da fargli perdere, oltre la memoria, il senso della propria identità.
Quando viene liberato, diciotto anni dopo, la figlia Lucie, che lo credeva morto, lo ritrova in una tetra e umida soffitta nel sobborgo di Saint-Antoine di Parigi. È ancora chino su un banchetto da calzolaio a fabbricare scarpe, e a chi gli chieda il suo nome risponde con il numero e la posizione della sua cella: «Centocinque, Torre Nord»
Ci vorranno il tempo e la vicinanza di Lucie, che porta il padre a vivere con sé a Londra, perché il dottor Manette recuperi parte della memoria perduta, torni a rispondere al proprio nome e riprenda a esercitare la medicina. In quella nuova vita, però, lo accompagna anche il banchetto da calzolaio, sistemato in un angolo della sua camera luminosa e quieta. E quando un colloquio riapre uno squarcio sul passato, Manette vi si siede di nuovo, e per nove giorni ridiventa Centocinque, intento a fabbricare scarpe nella Torre Nord della Bastiglia.
Anche nelle nostre storie di vita, proprio come in quelle di carta, i luoghi in cui lasciamo la nostra impronta lasciano a loro volta un’impronta nella nostra storia: nelle conversazioni, nelle abitudini, nelle sensazioni, nelle reazioni, nel modo in cui percepiamo noi stessi, l’altro, il mondo.
Mentre scrivevo la storia di Manette, mi è tornato in mente un racconto di P., un mio cliente. Le storie di P. e Manette non hanno granché in comune se non il fatto che c’è un luogo, diverso per ciascuno, a cui entrambi i protagonisti tornano nei momenti di crisi.
Da bambino P. amava moltissimo giocare ai Lego. Avendo due fratelli di molto più grandi, P. poteva disporre di una gran quantità di mattoncini colorati ereditati, peccato però che, nonostante fosse ormai l’unico bambino di casa, non potesse disporne in modo libero e spontaneo. La grande cesta dei Lego, infatti, non era nella sua cameretta, dove sarebbe stato logico trovarla insieme a tutti gli altri giochi, bensì in corridoio, a metà strada tra la sua stanza e la stanza dei suoi genitori.
«Quel che succedeva era che il momento perfetto in cui avrei potuto giocarci indisturbato era subito dopo pranzo, prima di cominciare i compiti. Lo stesso momento in cui i miei genitori, entrambi lavoratori instancabili, avevano l’abitudine di fare un riposino: se mi fossi messo a giocare ai Lego… hai presente quanto casino può fare scavare in una cesta di Lego per trovare il pezzetto perfetto?» mi racconta P. «Non so perché a nessuno sia mai venuto in mente di spostarla da lì»
Oggi P. è uno splendido quarantenne pieno di talenti e interessi a cui si dedica pochissimo perché ‘disturbano’ la sua produttività: quella cesta di Lego è ancora in corridoio, a metà strada tra la stanza di un bambino e la stanza degli adulti. E quando si tratta di tirare fuori dalla cesta i suoi desideri, P. è ancora in quella cameretta: buono, tranquillo, silenzioso, ad aspettare il momento perfetto per fare ciò che amerebbe fare senza turbare la quiete di nessuno, nemmeno la sua.
Ritrovo, tanto nel racconto di P. quanto in quello di Manette, un concetto intercettato anni fa nella Poetica dello spazio di Gaston Bachelard: il nostro inconscio è ‘alloggiato’, noi siamo stati nelle case ma le case continuano a essere in noi. Le case, le chiese, le chiuse, le strade.
Accanto alla biografia che raccontiamo per date ed eventi – il primo giorno di scuola, il primo amore, la prima delusione, l’ultima rottura – ne esiste un’altra, più silenziosa, che potremmo chiamare geografica: un atlante fatto di cucine, corridoi, cortili, banchi, panchine e soglie, che dalla cameretta arriva fino all’ultimo ufficio in cui abbiamo lavorato, e in cui ogni luogo custodisce una regola o un’ingiunzione che abbiamo imparato, un desiderio o un sogno che abbiamo trattenuto. E da questo atlante, poiché un luogo si lascia ricordare con più docilità di un’emozione, possiamo ripartire per illuminare i luoghi più in ombra della nostra storia. Mentre ne ricostruiamo la pianta, la luce del pomeriggio, la posizione dei mobili, i rumori che bisognava evitare, ci ritroviamo davanti, quasi senza accorgercene, alla cesta dei giochi che, oggi come allora, non abbiamo il coraggio di toccare, alla sedia da cui non ci si poteva e non ci si può alzare prima di aver svuotato il piatto o concluso la discussione, alle porte che dovevano e devono restare chiuse, al banco di lavoro dietro cui continuiamo a rifugiarci quando la vita ci mette in crisi.