C’è una persona seduta a gambe incrociate all’angolo di un divano. È china su un diario e sta scrivendo. La chiameremo A.
«Mi ferisce a morte il suo silenzio.» scrive A. «Il fatto che non abbia niente da dirmi, che si comporti come se darmi una spiegazione fosse tempo perso, come se non fossi degna di una sua risposta.»
B., così chiameremo la persona a cui si riferisce, non parla; e così A. riempie quei vuoti come sa. O meglio, come sé, e cioè per come ha imparato a valutare se stessa: una persona alla quale non si sa mai cosa dire, alla quale non vale la pena dedicare del tempo, non sufficientemente meritevole di segni di cura, attenzione, presenza.
Ora, noi di B. non sappiamo nulla: è una persona malvagia che prova gusto nel veder soffrire gli altri? È un essere umano egoista, egocentrico, egoriferito, egoferito? È qualcuno in difficoltà: con la vita, con le persone, con i suoi conflitti interiori e le sue incertezze? Oppure va in panne proprio con A.: per le sue richieste più o meno manifeste, per le sue aspettative, per il suo essere semplicemente A. e non B.?
Non lo sapremo mai, perché di questa storia abbiamo soltanto una versione, quella di A. E in questa versione, B. è la causa della sofferenza di A. Punto. Fine.
Forse. O forse punto e a capo perché da qui potrebbe iniziare un interessante spin-off, ma solo se gli diamo lo spazio bianco che gli serve per svilupparsi.
Ciò che rende interessante un possibile spin-off di questa storia è che per svilupparlo non abbiamo bisogno delle risposte di B., e nemmeno che A. mantenga con B. una relazione. A dirla tutta, a questo punto del racconto, B. c’entra così marginalmente con la storia di A. che potremmo pure dimenticarcela.
Allora proviamo a farlo. Lasciamo fuori B. e concentriamoci su A.
La lingua batte dove il dente duole, dice un noto proverbio che racconta la nostra tendenza a tornare e ritornare, spesso in modo involontario, sui problemi che ci affliggono, sui temi che ci premono, sulle nostre ferite.
La lingua del racconto, ho avuto modo di osservare nella mia bottega biografica, batte soprattutto nelle parole che usiamo per raccontare e raccontarci le nostre storie.
E la lingua del racconto di A. batte in modo evidente sull’insopportabile sofferenza generata dalla sua percezione di essere irrilevante. Una sofferenza che un singolo silenzio può certamente risvegliare, ma non provocare da solo.
Perché A. possa scrivere una certa storia nelle righe vacanti lasciate dal silenzio di B., o di chiunque altro, quella storia deve fare già parte della sua biblioteca narrativa. Tra gli scaffali di questa sua biblioteca dev’esserci insomma un volume dal titolo Il silenzio che contiene tanti capitoli quante sono le esperienze che A. ne ha fatto nel tempo.
Se ci fermiamo alle poche righe scritte sul suo diario, le esperienze di A. più numerose o toccanti con il silenzio non sembra siano state particolarmente positive.
La prima cosa che ci dice a proposito del silenzio, infatti, è che la mortifica («Mi ferisce a morte il suo silenzio.»): la mette cioè, letteralmente, a morte.
Il silenzio che arriva come la più irrevocabile delle sentenze insinua un ragionevole dubbio: c’è stato forse un tempo in cui le persone che più desiderava le parlassero tacevano facendola sentire trascurabile, insignificante, inesistente? Dalle frasi successive che troviamo nel diario di A. pare un’ipotesi verosimile: «come se darmi una spiegazione [fossi] tempo perso», «come se non fossi degna di una sua risposta».
«B. è la causa della sofferenza di A. Punto. Fine» non è quindi l’unica versione possibile della storia. C’è una trama secondaria che ci racconta di A. e delle sue esperienze di silenzio doloroso, esperienze che potrebbero dare vita alla versione: un giorno, A., ferita da una vita di silenzi, si scontra casualmente con il silenzio di B., e la sua ferita si riapre.
O a una versione ancora più complessa e completa: B., con il suo silenzio, se volontariamente o no, non lo sappiamo, tocca una ferita già aperta nel corpo della storia di A., amplificandone la sofferenza.
La lingua del racconto batte dove la storia è già in sofferenza; e non serve un manoscritto di mille pagine per cominciare a notare dove batta nelle nostre storie, e non occorre neppure tenere un diario o un taccuino, per quanto rimanga una pratica che non mi stancherò mai di consigliare: basta prestare attenzione alle parole che usiamo nei nostri messaggi, privati e non, e nelle nostre conversazioni quando ci raccontiamo.
Tu che parole usi per raccontarti?