Apro il taccuino e scrivo:
Agosto ’26 | nota 669
È tutto sempre ‘appena’ successo, come non fosse mai accaduto prima: «Stanotte gli si è alzata la febbre a 40»
Stanotte, come decine e decine di altre notti, com’è probabile che sia per chi vive con una patologia grave ai reni. Eppure, nei racconti, sembra sempre tutto una novità, una sorpresa: mai così, mai prima d’oggi.
Mi chiedo se sia perché nella sorpresa siamo legittimati a non saper che fare, a rinviare o delegare l’azione in virtù dello smarrimento: se non è mai accaduto, posso non avere un protocollo di intervento. Posso trattare “il fatto” come urgenza, imprevisto, contrattempo. Posso non sapere che fare, e dunque anche non fare nulla, non imparare nulla.
Poi, un po’ per la noia, un po’ per il piacere che mi dà al tatto la consistenza croccante delle pagine scritte con la Bic, sfoglio il taccuino a ritroso e mi fermo a leggere qua e là. E in questo vagolare, m’imbatto in un’altra annotazione:
Marzo ’26 | nota 250
Ripetizione ex novo: lo stesso problema si ripresenta → non lo abbiamo risolto → se non lo abbiamo risolto, quel che abbiamo fatto per risolverlo non ha funzionato. Se non funziona ciò che faccio per risolvere il problema → rinnovo il problema (nel senso di gli cambio i connotati fino a renderlo nuovo)
Due note prese a distanza di mesi, in situazioni completamente diverse e su stimoli differenti, lette oggi mi sembrano aprire un dialogo tra loro.
Appunto immediatamente il rimando e lo evidenzio: non ho affatto chiaro dove possa portarmi né se mai mi porterà a qualcosa. Sul momento però intravvedo una relazione e so che prima o poi voglio tornarci.
Da tempo, la scrittura confessionale che ha caratterizzato lungamente i miei diari ha lasciato progressivamente la penna ad annotazioni frammentarie, disorganiche, spesso incomplete.
Alcune sono brevissime, altre decisamente no; alcune sono farina del mio sacco di esperienze quotidiane e oniriche, altre sono appunti da conversazioni avute con persone od opere, citazioni rubate da letture in corso che voglio conservare in un deposito più affidabile di quanto non sia la mia memoria, incipit di storie che probabilmente non scriverò mai.
Niente di nuovo: la tradizione del taccuino come raccolta miscellanea ha radici antiche, difficili da rintracciare e datare con precisione.
C’è chi ne rintraccia un lontano antenato negli adversaria dell’Antica Roma: scritture provvisorie in cui le informazioni venivano annotate senza troppo ordine, prima di essere eventualmente trasferite in registri più stabili e ordinati.
C’è chi ne sposta la nascita nel Rinascimento, citando – chi se non Lui – il gran Maestro di tutti gli eclettici: Leonardo.
A me, più che rintracciare la data esatta in cui è stata posata la prima pietra, interessa esplorare come, nei secoli, le persone abbiano usato la scrittura per incontrare il proprio mondo interiore e il mondo intorno a sé. E da questa esplorazione mi interessa scoprire come possiamo usarla tu e io, oggi, per costruire relazioni migliori con noi stesse e con gli altri.
Delle molte sperimentate, la scrittura di un taccuino di annotazioni provvisorie, minute, abbozzi, citazioni e osservazioni fugaci è una delle forme di scrittura biografica che si è rivelata tra le più feconde, tanto nella mia esperienza quanto in quella delle persone a cui negli anni ho proposto di praticarla.
La ragione, secondo me, è che pur conservando anche una componente confessionale propria della diaristica classica, la pratica del taccuino è meno ombelicale e più relazionale.
Meno ombelicale perché non richiede che sia continuamente io l'argomento esclusivo di cui scrivo; più relazionale proprio perché non essendo sempre io al centro del testo, ho l’occasione per uscire dal mio egosistema, e quindi anche dalle mie narrazioni, per incontrare altre storie.
Se nel classico diario confessionale, infatti, il rischio è sempre un po’ quello di avvilupparsi in se stessi, nei propri drammi, nei propri pensieri, nei propri riferimenti, nel taccuino l’osservazione si apre continuamente ad altri punti di vista, ad altri campi d'esperienza, a ciò che ci accade intorno mentre ci sta accadendo qualcosa dentro.
Nel taccuino posso registrare una frase ascoltata o letta, un comportamento osservato, un sogno che ho fatto o che mi è stato raccontato, un’immagine, un pensiero o un dettaglio che mi si sono impressi in mente. Posso persino scrivere il verso di una canzone o di una poesia, l'inizio di una fiaba, l'introduzione di un saggio, la domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto e lasciare tutto lì, sospeso, irrisolto, contraddittorio, persino insignificante.
Finché, forse, un giorno, a molte pagine di distanza l’una dall’altra, due annotazioni inizieranno a dialogare e a restituirmi un racconto che non avrei saputo [rac]cogliere prima.
E se fosse un semplice taccuino a far parlare tra loro i pezzi sparsi della tua storia?